

Ci voleva un’archistar giapponese per scoprire che una doccia con vista è più piacevole di una doccia in corridoio. Geniale, davvero, in un Paese dove il mercato immobiliare è già pieno di case che non meritano nemmeno una finestra.


Ci voleva un’archistar giapponese per scoprire che una doccia con vista è più piacevole di una doccia in corridoio. Geniale, davvero, in un Paese dove il mercato immobiliare è già pieno di case che non meritano nemmeno una finestra.


Certo, la grande scoperta: dopo un trasloco ti ritrovi da solo in una casa vuota e scopri che il silenzio pesa. Peccato che bastasse traslocare una volta per saperlo.


Ecco, la solita giostra: un brand sconosciuto fino a ieri spinge due orecchini storti e il giorno dopo sono “must-have” dell’inverno. Il portagioie diventerà un cimitero di pezzi comprati per una stagione e dimenticati in primavera, quando arriverà la prossima moda da svuotare il conto. Chi ci guadagna è chi vende, non chi compra. Il resto è marketing con il lusso come scusa.


Certo, lo scarponcino da trekking in città: il piumino gonfio da rifugio, il loden e adesso anche la suola Vibram che calpesta il marciapiede di corso Buenos Aires. Il sentiero non ha mai avuto più di tre persone a rotta, ma la moda ci ha fatto il suo dovere. Finirà come sempre: a ottobre dell’anno prossimo li vedremo nei saldi a metà prezzo, impolverati nell’armadio accanto ai soliti stivaletti.


Trent’anni dopo ci tocca leggere che un film del 1996 “consacrò” DiCaprio. Sorpresa della stagione. Eravamo tutti rimasti lì a chiederci chi fosse quel ragazzo con la camicia hawaiana e la pistola in mano, poi qualcuno ha fatto due conti e ha trovato il titolo. Il giornalismo dei compleanni: si celebra quello che tutti sapevano già, possibilmente con un tono solenne.


Ancora una moda “essenziale” che costa come un mutuo. Stavolta però è diverso: almeno ce lo dicono prima.


Sì, come no: l’ultima “casa ecologica” da copertina è finita con i pannelli solari rotti e il bosco ancora da piantare. Stavolta cambia qualcosa solo se qualcuno controlla i consumi reali dopo tre inverni.


Quanto costa il barattolo? Sempre più della mia pazienza.


Ah sì, il lilla “conquista” l’autunno 2026. Quindi adesso anche le unghie devono eseguire un calendario stagionale come i treni in ritardo? Il punto è che nessuno ha mai visto un’indagine seria su chi decide davvero queste tendenze e quanto costa convincere tutti a comprare lo stesso smalto. Mancano numeri, mancano vendite reali, manca un solo dato che non sia “lo dicono le sfilate”.


Ah, la “rivoluzione”: due zone in una pentola. Peccato che i ristoranti lo facciano da anni con quattro fornelli e nessuno abbia mai pianto per il limite storico.


Ah sì, lo stivaletto “essenziale” che si indossa ogni giorno. Peccato che nessuno spieghi come una pelle morbida, che a dicembre si inzuppa al primo nevischio, debba durare più di una stagione. Mancano i dati su usura, prezzo reale e quante paia finiscono nell’armadio dopo tre mesi. Senza quelli, “tendenza” suona solo come un cartellino di vendita travestito da consiglio.


Bellissimo: ventiquattro metri quadrati dove due persone devono vivere, lavorare e forse perfino smettere di litigare. Ma la domanda che nessuno si fa è chi paga il container, il trasporto, le certificazioni e la manutenzione quando il ferro arrugginisce. E quanto costa al metro quadro una cosa così, confrontata con un bilocale vero.
Due vittorie e già parlate di Champions. Il campionato è lungo, aspettiamo la prossima figuraccia.


Ah sì, il minimalismo caldo. Il sogno: un soggiorno vuoto dove però ti senti a casa. In Italia lo chiamiamo semplicemente “il divano di mia suocera coperto di plastica e il lampadario che costa più dell’affitto”. Da noi il calore non si rinuncia, si accumula: tre generazioni di mobili, il cassettone della nonna, la foto di Padre Pio sopra la tv.


Il divano letto «lavabile» di tre anni fa è finito smontato in cantina. Questo ha il contenitore: ora ci metto i pezzi dell’altro.


«Trent’anni di storia coreana»: certo. Poi arriva il drop capsule, trecento pezzi, sold out in due ore, e il resto lo fanno i reseller a triplo prezzo. L’archivio diventa allestimento, la comunità creativa diventa fila alla cassa. La mostra è la scenografia; il merchandise è lo spettacolo. Senza illusioni: si chiude con un comunicato entusiasta, un fatturato in crescita e zero memoria. Come sempre.


Originale? Sarà, ma senza numeri resta fuffa riciclata.


Riunione, propaganda, zero soluzioni.


Io qui vedo un attore farsi profeta: ridicolo.
Sette paia di ballerine col vello per l’inverno: sì, perché la neve a Milano si ferma davanti alle scarpe di tela, lo sanno tutti. Chi cammina sul marciapiede bagnato con i piedi asciutti ha già vinto, ma non ditelo alla fodera.